30 DAYS OF NIGHT2007, Nuova Zelanda/USA, colore, 113 minuti
Regia: David Slade
Soggetto/Sceneggiatura: Steve Niles, Stuart Beattie, Brian Nelson da un fumetto di Steve Niles e Ben Templesmith
Produzione: Columbia Pictures, Dark Horse Entertainment, Ghost House Pictures
Il punto debole dei vampiri, lo sappiamo tutti, è la luce del giorno. Immaginate allora il paese di Barrow, in Alaska, dove il sole non si fa vedere per più di 30 giorni, da metà novembre a metà dicembre e la popolazione cala da più di 500 a poco più di 100. Lo sceriffo Eben scopre, poco prima che la lunga notte abbia inizio, che i cellulari del paese sono stati tutti rubati e bruciati mentre il centro di comunicazione è gravemente danneggiato.Un gruppo di vampiri ha circondato Barrow e si appresta a dare la caccia e sterminare l’intera popolazione con un mese di buio a disposizione. C’è solo una flebile speranza per gli abitanti della cittadina...Sono andato a rileggermi
la recensione che avevo scritto per il fumetto da cui è tratto questo film e, pur vergognandomi per una scrittura così grezza, brutta e per l’eccessivo entusiasmo, rimango sostanzialmente dello stesso parere: al tempo si trattò di una notevole boccata d’aria fresca e quel testo (mi rifiuto da un po’ di tempo di usare il termine
graphic novel, lo ritengo lesivo della dignità del media fumetto) è uno dei principali responsabili del ritorno dell’horror nel campo delle nuvole parlanti.
Sulla carta c’erano tutti gli ingredienti per rovinare una ricetta del genere portandola al cinema: produzione con lo zampino di
Sam Raimi (la cui
Ghost House Pictures non è esattamente una compagnia affidabile); un regista,
David Slade di
Hard candy, di stampo classico, più interessato a dinamiche cassavetiane che alla gestione di un massacro cittadino di queste proporzioni; troppa gente a pasticciare con lo script nel tentativo di obbedire a mamma Columbia.
E, indubbiamente, questi fattori hanno pesato in modo irrimediabile nel distanziare il prodotto finale dalla fonte originale: personaggi stravolti, sub-plot evirati e installazione di generatori di entropia logica in alcuni momenti della trama.

Eppure.
Eppure
il film funziona su molti livelli, riuscendo a equilibrare le pecche e fargli guadagnare molti punti sul mio personale taccuino.
La perdita delle sottotrame (specie quella della nera di New Orleans che indagava a distanza) snellisce il plot e permette di concentrarci su un assedio romero-carpenteriano; l’assenza di ogni tipo di spiegone paraculo sull’origine e natura di questi vampiri è accolto con un sospiro di sollievo (una volta per tutte, cerchiamo di mettere a fuoco che è sempre il COME, mai il PERCHÉ, ok?) e i personaggi, pur monodimensionali e comprati al LIDL dei characters durante i saldi annuali, riescono comunque a funzionare egregiamente.
Così come funzionano gran parte degli attori, persino quel
Josh Hartnett che sembra sempre sul punto di diventare un attore di qualche peso e ogni anno rinvia la metamorfosi.
Naturalmente a brillare sopra tutti è
Danny Huston nei panni di Marlow, il capobranco delle bestie non-morte: aveva già regalato ottime prove in carriera, su tutte quella in
The Costant Gardener.
Ma il punto focale, il perno del film sono i mostri stessi.
Sono stanco di vampiri in latex e cuoio recampati dai tagli di montaggio di Matrix; stanco di succhiasangue vestiti come froci pronti a disquisire di pomponi filosofico/estetici al suono dei Rolling Stones; stanco degli “infetti” proni allo spleen della loro condizione malata, un dito puntato su Dio a maledirlo e uno al Diavolo a dirgli “
No, no, resisterò!”…
Benvengano quindi queste bestie assurde, finalmente MONSTRUM, finalmente ALIENO, che non si degnano nemmeno di parlare la nostra lingua se non per avvisarci che non sentono puzza di Dio, in uno dei momenti migliori del film.
Film che viaggia sulle onde della ciclotimia ma che ogni volta che stiamo per dire “
eh ma che palle!” ci regala una scena, uno sprazzo, un istante valido, pronto a farci ricredere.
Un'Alaska ricreata in Nuova Zelanda ma non per questo meno credibile; una memorabile ripresa dall’alto durante il grand guignol; una romeriana bimba zannuta; decapitazioni e spruzzi di sangue che spicca sul bianco della neve; il linguaggio dei vampiri e le loro cacce, il loro sguardo perplesso e divertito sul gregge…

Questi sono vampiri diversi, insieme a
Blade 2 i migliori del decennio, una nuova razza slegata da ricordi, bisogni, logiche ed emozioni umane, una razza vincente, in continua evoluzione e non solo priva di qualsiasi forma di empatia (o peggio ancora, dio mio, amore!) nei confronti di noi umani ma (ed è il
thinkin’ outside the box del film) priva persino di qualsiasi tipo di “confronto” con noi.
Parlereste voi a un piatto di spaghetti al ragù? Sì, al massimo per dirgli “buono!” prima di affondarci la forchetta.
Peccato quindi che, svoltata la figura del nemico in questo modo, lo script poi rimanga sostanzialmente fedele al fumetto nello svolgimento del finale e non permetta quindi al risoluzione logica di una vicenda del genere: la capitolazione dei dinosauri umani di fronte ai nuovi mammiferi in grado di rubar loro le uova, ovvero il finale nella neve della cosa carpenteriana (lui sì che aveva palle e nervi saldi).
Ma
that’s Hollywood, baby, e l’eroe vince e il sole sorge e invece delle lacrime nella pioggia abbiamo cenere nella neve.
Pazienza, buon film comunque, obbligatorio per i
true believers là fuori e qui dentro!
Uscita italiana: 6 febbraio.Lenny Nero (ciao Lenny!) non la pensa del tutto come me ma segnalo
la sua recensione (e il suo sito, che regala spesso ottime segnalazioni cinematografiche).
Qualche frase, in inglese, particolarmente riuscita:
Sheriff Eben Oleson:
Hell of a day.The Stranger:
Just you wait. Marlow:
That which can be broken must be broken. Marlow:
When man comes up against something he can't destroy, he destroys himself instead.